mercoledì 25 luglio 2012

Recensione: "Il canto della rivolta" di Suzanne Collins

TITOLO: Hunger Games - Il canto della rivolta
AUTORE: Suzanne Collins
EDITORE: Mondadori
PREZZO: € 17.00

TRAMA: 
Contro ogni previsione, Katniss Everdeen è sopravvissuta all'Arena degli Hunger Games. Due volte. Ora vive in una bella casa, nel Distretto 12, con sua madre e la sorella Prim. E sta per sposarsi. Sarà una cerimonia bellissima, e Katniss indosserà un abito meraviglioso. Sembra un sogno... Invece è un incubo. Katniss è in pericolo. E con lei tutti coloro a cui vuole bene. Tutti coloro che le sono vicini. Tutti gli abitanti del Distretto. Perché la sua ultima vittoria ha offeso le alte sfere, a Capitol City. E il presidente Snow ha giurato vendetta. Comincia la guerra. Quella vera. Al cui confronto l'Arena sembrerà una passeggiata.

RECENSIONE:
(spoiler)

Intenso.
Crudele.
Meraviglioso.
Tutto quello che mi aveva innervosita e anche un po’ delusa de “La ragazza di fuoco” è completamente scomparso in questo libro.

Questa volta, nonostante sia stata tratta in salvo dall’arena degli Hunger Games, Katniss si trova nel bel mezzo di un gioco ben più pericoloso: la guerra.
Dopo la cattura di Peeta e la distruzione, per rappresaglia, del Distretto 12, Katniss si risveglia confusa e priva di forze all’interno del fantomatico Distretto 13. E’ da qui che la Ribellione negli ultimi anni si è riorganizzata e rinforzata in attesa di sferrare un attacco mortale a Capitol City, e Katniss ha dato loro l’occasione perfetta.
Ma se da una parte lei rappresenta, suo malgrado, il volto e la musa della rivoluzione, dall’altra viene trattata come una scheggia impazzita e imprevedibile e relegata nelle retrovie. Ancora una volta si sente sola e tradita, sfruttata anche da questa organizzazione che la vuole usare come simbolo propagandistico per infiammare la rivolta (la Ghiandaia Imitatrice) con tanto di divisa e slogan ad effetto. E ancora una volta è  il desiderio di proteggere chi ama a spingerla ad accettare quel ruolo: vuole garantire l’immunità a Peeta (che, catturato e manipolato da Capitol City, sembra essere passato dalla parte del nemico), vuole vendetta contro il presidente Snow e, per una volta, vuole dettare le proprie condizioni.
Inizia quindi a prendere parte a spedizioni minori nei distretti che ormai si sono ribellati, ma ad ogni missione appare chiaro che l’orrore della guerra sta devastando tutto.
A tutto questo si somma il terrore e la preoccupazione per Peeta, che Katniss non si perdona di aver abbandonato e che ad ogni apparizione pubblica a Capitol City appare sempre più seviziato e instabile. Il terrore rischia quasi di distruggerla, tanto che la salvezza di Peeta diventa, assieme alla vendetta, quasi un’ossessione. Ma anche quando i ribelli riescono a liberarlo, Katniss si ritrova tra le mani l’ennesimo ‘regalo’ del Presidente Snow: torturata fino alla follia, la mente di Peeta è stata manipolata per spingerlo ad odiarla ed ucciderla.
Come sempre l’incapacità di Katniss di relazionarsi con le persone agisce per lei: si allontana da Peeta, un po’ come ha allontanato Gale che, pur rimanendo il suo più caro amico, è sempre un po’ più distante ed estraneo.
L’unica cosa che rimane a Katniss è la vendetta.

Una delle cose che ho apprezzato in questo libro è l’equilibrio. Ad ogni avvenimento, ad ogni nuova svolta, venivano aggiunti elementi di angoscia e disperazione, senza che però la frustrazione riuscisse a spegnere del tutto la volontà di Katniss, così come quella del lettore.
In questo libro inoltre la mente è il carattere di Katniss  vengono esplorate in maniera più chiara e soddisfacente, senza che questo tolga  l’interesse o ritmo alla narrazione, anzi ne diventa più che mai una parte fondamentale.
Katniss è forte a sufficienza da sacrificare tutto per le persone che ama, ma fragilissima quando rischia di perderle. E’ sempre sull’orlo di perdere tutto, subisce ferite (non solo fisiche) sempre più profonde, ma continua in qualche modo ad andare avanti.
“Tra noi due, Katniss sceglierà quello che ritiene indispensabile alla sua sopravvivenza” dice Gale verso la fine. Questa frase è senza dubbio dolorosa e cinica,  ma descrive esattamente il modo in cui la pragmatica mente di Katniss è riuscita a spingerla alla sopravvivenza sempre e comunque.
E’ proprio questo che la rende uno delle protagoniste femminili più straordinarie degli ultimi anni: lei è un’eroina malgrado e a discapito dei suoi sentimenti, non in funzione di questi.
Gale invece è un personaggio che non ho mai apprezzato appieno ma che  in questo volume trova un suo spazio e una sua dimensione, e (almeno per me) finalmente diventa intellegibile.
Il personaggio di Peeta è quello che più di tutti ha subito una rivoluzione. Il suo repentino cambiamento di personalità è l’incipiente follia mi hanno stretto il cuore e spaventato ancor più dell’idea di una sua possibile morte. Inutile dirlo, sin dal primo libro la mia preferenza incondizionata è andata a lui: profondamente buono, irreducibilmente ottimista e incredibilmente diverso da tutti i personaggi maschili a cui siamo stati abituati negli ultimi tempi.

E ora, vogliamo parlare del finale?
Onestamente, sin dalla pagina 10 del primo libro mi aspettavo un finale tragico della serie. Ormai ero venuta a patti con l’idea della morte di Katniss, tanto che ormai mi sembrava un avvenimento quasi inevitabile. E invece la Collins è riuscita a trovare una conclusione alternativa inaspettata e altrettanto tragica e crudele. La morte di Prim.
Prim: la ragione per cui tutto aveva avuto inizio. La salvezza della sorellina era il motivo che aveva spinto Katniss a offrirsi per gli Hunger Games, e la sua morte è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e spinto Katniss ad un completo tracollo psicologico.
Ancor più tragico è che la morte di Prim, e con lei di moltissimi bambini innocenti, sia avvenuta per un bieco gioco di potere, per giunta ideato dai Ribelli. Forse per questo ho provato un moto di soddisfazione quando Katiss ha indirizzato la sua unica freccia (destinata inizialmente a Snow) alla presidente Coin (che già dava avvisaglie di manie di potere come il predecessore...)
Per quanto riguarda il presidente Snow, nonostante in realtà non siano chiarissime le circostanze della sua morte, mi sembra appropriato immaginarlo soffocato nel sangue della sua stessa orribile risatina. Una morte cruenta, degna degli Hunger Games.

Alla fine assistiamo anche alla fatidica e quasi impossibile scelta che ci ha accompagnati per tutta la trilogia: Gale o Peeta? Diversi come il giorno e la notte, hanno fatto vacillare incessantemente  Katniss, senza che, nonostante tutto, fosse in grado di scegliere definitivamente. Ma alla fine io mi chiedo: è mai stata veramente una scelta? Più che altro Katniss ha cercato di evitare di scegliere e accantonare il problema (più che giustificato, date le circostanze…), fino a che sono stati gli avvenimenti a scegliere per lei.

Io e Peeta ricominciamo a crescere insieme.
Ci sono ancora momenti in cui lui afferra lo schienale di una
sedia e aspetta finché i flashback non sono finiti.
Io mi risveglio urlando da incubi di ibridi e bambini perduti.
Ma le sue braccia sono lì a darmi conforto. E in seguito le sue labbra.
  La notte in cui provo di nuovo quella sensazione, la fame che mi aveva assalito sulla spiaggia, so che tutto questo sarebbe accaduto comunque.
Che quello di cui ho bisogno per sopravvivere non è il fuoco
di Gale, acceso di odio e di rabbia. Ho abbastanza fuoco di mio.
Quello di cui ho bisogno è il dente di leone che fiorisce a primavera.
Il giallo brillante che significa rinascita anziché distruzione.
La promessa di una vita che continua, per quanto gravi siano le perdite che
abbiamo subito. Di una vita che può essere ancora bella.
E solo Peeta è in grado di darmi questo.

Insomma, il finale non è certo di quelli arcobaleni e confettini, ma penso che se anche la disillusa e traumatizzata Katniss ha trovato il modo si sopravvivere e costruirsi un futuro, forse anche il nuovo governo di Panem ha una speranza.
Uno spiraglio di ottimismo per il futuro.

Ma un giorno dovrò spiegare i miei incubi.
Perché sono venuti. E perché non se ne andranno mai del tutto.
Dirò loro come li supero. Dirò loro che, nelle mattine
brutte, mi sembra impossibile trarre piacere da qualcosa
perché temo che possano portarmelo via. E che in quei
momenti faccio mentalmente un elenco di ogni atto di
bontà che ho visto fare. È come un gioco. Ripetitivo.
Persino un po’ noioso, dopo più di vent’anni.
Ma esistono giochi molto peggiori a cui giocare

Intenso e coinvolgente, non posso che assegnare 5 stelline.


2 commenti:

  1. Io ho adorato il finale!! E ho adorato questa saga (:
    Sono felice di vedere che la pensi come me!

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    1. Assolutamente. Finale perfetto per questa serie. La Collins è riuscita a superare le mie più rosee aspettative. ^^

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